mercoledì 5 novembre 2008

Tagli spietati










Nature, 16.10.08

Nel tentativo di accrescere un’economia barcollante, il governo italiano si sta focalizzando su obiettivi semplici ma insensati

[articolo originale qui]

Sono tempi bui e collerici per gli scienziati italiani, i quali devono vedersela con un governo che mette in atto la sua particolare filosofia sui tagli delle spese. La settimana scorsa, decine di migliaia di ricercatori sono scesi in piazza per manifestare contro il disegno di legge che controlla il bilancio pubblico. Se dovesse passare, come si prevede, la legge liquiderebbe quasi 2000 ricercatori precari, i quali costituiscono la spina dorsale della maggior parte degli istituti di ricerca del paese a corto di personale - e di cui circa la metà è stata già selezionata per contratti a tempo indeterminato.

Proprio quando gli scienziati stavano protestando, il governo di centro-destra di Silvio Berlusconi, che è salito al potere a maggio, ha decretato che il budget delle università e della ricerca potrebbe essere utilizzato come fondo per consolidare le banche e gli istituti di credito italiani. Questa non è la prima volta che Berlusconi prende di mira le università. Ad agosto, ha firmato un decreto che taglia il budget universitario del 10% consentendo che solo 1/5 delle posizioni accademiche vacanti venga ricoperto. Questo decreto porta le università a trasformarsi addirittura in fondazioni private per fare affluire entrate aggiuntive. Visto l’attuale clima, i rettori delle università credono che quest’ultima mossa verrà utilizzata per giustificare ulteriori tagli ai fondi e alla fine saranno obbligati a chiudere i corsi che hanno poco valore commerciale, quali gli studi umanistici e le scienze di base. Mentre questa bomba si abbatteva all’inizio delle vacanze estive, solo adesso ci si accorge delle conseguenze - troppo tardi, visto che il decreto ora sta per diventare legge.

Nel frattempo, il ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini, ha taciuto sui problemi legati al suo ministero tranne che sulla scuola secondaria, e ha preso importanti e rovinose decisioni di governo senza sollevare obiezioni. Si è rifiutata di incontrare scienziati e universitari per ascoltare le loro preoccupazioni e si è rifiutata di spiegargli le linee guida che richiedono il loro sacrificio. E non è riuscita a delegare un sottosegretario che si occupasse di tali questioni al posto suo.

Le organizzazioni scientifiche colpite dalla legge sul bilancio pubblico sono state invece ricevute dal legislatore Renato Brunetta, ministro della pubblica amministrazione e innovazione. Brunetta afferma che si può fare poco per fermare o cambiare la legge- sebbene se ne stia ancora discutendo nella commissione e stia ancora per essere votata dalle camere. In un’intervista per un quotidiano, Brunetta ha anche paragonato i ricercatori a capitani di ventura, ossia avventurieri mercenari del Rinascimento, sostenendo che sottoporli a contratto a tempo indeterminato sarebbe “un po’ come ucciderli”. Questo distorce la questione che i ricercatori gli hanno spiegato - e cioè che ogni base scientifica del paese richiede un rapporto equilibrato tra personale permanente e personale temporaneo, in modo che quest’ultimo (ad esempio i post-dottorati) circoli in laboratori di ricerca solidi, ben attrezzati e permanenti. In Italia, gli scienziati hanno tentato di dire a Brunetta che questo rapporto è diventato molto instabile.

Al governo Berlusconi può sembrare che queste misure draconiane risultino necessarie ma i suoi attacchi alla ricerca italiana sono insensati e miopi. Il governo ha trattato la ricerca solo come un’altra spesa da tagliare, quando invece essa è vista di gran lunga come un investimento nella costruzione di una economia cognitiva nel XXI secolo. Infatti, l’Italia ha già abbracciato questo concetto firmando nel 2000 a Lisbona l’agenda dell’Unione Europea, in cui gli stati membri si sono impegnati ad incrementare i fondi per la ricerca e lo svilupp (R & S) del 3% sul prodotto interno lordo. L’Italia, membro del G8, possiede la spesa più bassa per l’ R & S - appena l’ 1.1%, meno della metà rispetto alla Francia e alla Germania.

Il governo deve guardare al di là dei profitti a breve termine determinati da un sistema di decreti semplificato da ministri compiacenti. Se vuole preparare un futuro realista per l’Italia, che è quello che dovrebbe fare, non dovrebbe guardare inutilmente al lontano passato bensì capire come la ricerca funzioni attualmente in Europa.

(tradotto da Anna Cascone)

3 commenti:

Andrea Poulain ha detto...

firmiamo facciamo i fighi e non ripettiamo un cazzo

giaco ha detto...

bellissimo articolo chiaro e obiettivo. Ce ne fossero in Italia di articoli del genere forse qualche occhio in più si aprirebbe. O forse no!

UNISTAT ha detto...

"BUON ANNO A TUTTI... meno che a uno, anzi mezzo"!

Come sarà il 2009? Non c’è nessuno - ma per chi ci crede ci sono i soliti oroscopi - che abbia le carte in regola per formulare previsioni attendibili circa il nostro futuro prossimo. Non sappiamo se ci sarà un collasso dell’economia. Non sappiamo se la crisi durerà uno o più anni. Non sappiamo se il prezzo del petrolio salirà o scenderà. Non sappiamo se ci sarà inflazione o deflazione, se l’euro si rafforzerà o si indebolirà. Non sappiamo se gli Usa del nuovo-Presidente saranno diversi da quelli del Presidente-guerrafondaio. Non sappiamo se Istraele e Palestina continueranno a scannarsi per tutta la vita. Non sappiamo nada de nada! La stampa, i politici, i sindacati, tacciono! Stra-parlano soltanto di federalismo, riforma della giustizia, cambiamento della forma dello Stato, grandi temi utopici che vengono quotidianamente gettati ad una stampa famelica di pseudo-notizie, mentre i veri cambiamenti si stanno preparando, silenziosamente, nelle segrete stanze. Comunque, anche se i prossimi anni non ci riservassero scenari drammatici, e la crisi dovesse riassorbirsi nel giro di un paio d’anni, non è detto che l’Italia cambierà davvero sotto la spinta delle tre riforme di cui, peraltro, si fa fino ad oggi solo un gran parlare. Del resto, non ci vuole certo la palla di vetro per intuire che alla fine la riforma presidenzialista non si farà (e se si farà, verrà abrogata dall'ennesimo referendario di turno), mentre per quanto riguarda le altre due riforme - federalismo e giustizia - se si faranno, sarà in modo così... all'italiana che porteranno più svantaggi che vantaggi: dal federalismo è purtroppo lecito aspettarsi solo un aumento della pressione fiscale, perché l’aumento della spesa pubblica appare il solo modo per ottenere il consnenso di tutta "la casta", e poi dalla riforma della giustizia verrà soltanto una "comoda" tutela della privacy al prezzo di un'ulteriore aumento della compra-vendita di politici, amministratori e colletti bianchi. Resta difficile capire, infatti, come la magistratura potrà perseguire i reati contro la pubblica amministrazione se "la casta" la priverà del "fastidioso" strumento delle intercettazioni telefoniche. Così, mentre federalismo, giustizia, presidenzialismo, occuperanno le prime pagine, è probabile che altre riforme e altri problemi, certamente più importanti per la gente comune, incidano assai di più sulla nostra vita. Si pensi alla riforma della scuola e dell’università, a quella degli ammortizzatori sociali, a quella della Pubblica Amministrazione. Si tratta di tre riforme di cui si parla poco, ma che, se andranno in porto, avranno effetti molto più importanti di quelli prodotti dalle riforme cosiddette maggiori. Forse non a caso già oggi istruzione, mercato del lavoro e pubblica amministrazione sono i terreni su cui, sia pure sottobanco, l’opposizione sta collaborando più costruttivamente con il governo. Ma il lato nascosto dei processi politici che ci attendono non si limita alle riforme ingiustamente percepite come minori. Ci sono anche temi oggi sottovalutati ma presumibilmente destinati ad esplodere: il controllo dei flussi migratori, il sovraffollamento delle carceri e l'emergenza salari. Sono problemi di cui si parla relativamente poco non perché siano secondari, ma perché nessuno ha interesse a farlo. Il governo non ha interesse a parlarne perché dovrebbe riconoscere un fallimento: gli sbarchi sono raddoppiati, le carceri stanno scoppiando esattamente come ai tempi dell’indulto e gli stipendi degli italiani sono i più bassi d'europa. L'opposizione non può parlarne perché ormai sa che le sue soluzioni-demagogiche - libertà, tolleranza, integrazione, solidarietà - riscuotono consensi solo nei salotti intellettuali. Eppure è molto probabile che con l’aumento estivo degli sbarchi, le carceri stipate di detenuti, i centri di accoglienza saturi, ed il mondo del lavoro dipendente duramente provato da un caro prezzi che non accenna a deflazionare, il governo si trovi ad affrontare una drammatica emergenza. Intanto, in Italia prosegue la propaganda dell'ottimismo a tutti i costi: stampa, sindacati e politica ci fanno sapere solo ciò che fa più comodo ai loro giochi, e "noi"- a forza di guardare solo dove la politica ci chiede di guardare - rischiamo di farci fottere. Buon Anno!