venerdì 13 novembre 2009

La riforma giudiziaria di Berlusconi farà archiviare migliaia di casi












El País, 13.11.09


[articolo originale di Miguel Mora qui]


Il parlamento italiano ha vissuto ieri un'altra giornata tra il buffo e il drammatico. Mentre un'unità medica realizzava analisi antidroga ai deputati che lo richiedessero - novità introdotta dalla maggioranza per dare l'esempio -, i colleghi del Senato si sollazzavano con la nuova legge su misura di Silvio Berlusconi.

L'ultima trovata salva premier si chiama disegno di legge del Processo Breve, contiene solo tre articoli ed è stato presentato ieri a tutta birra, dopo 48 ore di lavoro febbrile nelle quali il sacrificato avvocato personale del premier, Niccolò Ghedini, ha potuto a malapena dormire. I giudici italiani calcolano che la nuova legge farà annullare 100.000 processi in corso.

La norma prevede che nessun processo penale, civile o amministrativo possa durare più di sei anni. Due anni per ogni grado di giudizio. Si applicherà ai crimini che prevedono pene di meno di dieci anni di carcere. Questi verranno automaticamente annullati se il giudice non emette una sentenza nei 24 mesi a partire dall'apertura del processo da parte dell'accusa.

La nuova legge, che la maggioranza conservatrice giustifica con l'obiettiva e insopportabile lentezza della giustizia italiana, si applicherà solo agli imputati che non siano stati condannati precedentemente. Tranne in un caso. Come richiesto dalla Lega Nord, che alla fine ha appoggiato la legge, gli stranieri accusati di immigrazione illegale, crimine punibile con una multa, non avranno diritto al processo breve. Verranno quindi messi sullo stesso piano degli imputati per mafia o terrorismo.

Presentato come un servizio di utilità pubblica, il disegno di legge causerà cambiamenti di proporzioni colossali, come avvisano l'opposizione e l'Associazione Nazionale Magistrati (ANM). Questa ha parlato della "probabile incostituzionalità" della norma e ha annunciato che avrà "effetti devastanti per il funzionamento della giustizia penale". La legge farà scattare di fatto la "depenalizzazione" di molti reati gravi e fornirà "impunità" alla gran maggioranza di reati di colletto bianco.

Le conseguenze per Berlusconi sono che i suoi processi in corso moriranno senza condanne: il caso Mills (in cui è accusato di corruzione) e il caso Mediaset (frode fiscale) sono iniziati nel 2005 e 2006, rispettivamente. Siccome per entrambi non c'è ancora stata una sentenza, questi sarebbero subito annullati. Decine di migliaia di altri processi, avvisano i giudici, li seguirebbero nel limbo.

La ANM ha elencato i reati che di fatto resteranno impuniti, perché sarà materialmente impossibile emettere una sentenza entro le nuove scadenze: "Abuso di ufficio, corruzione in sede giudiziaria, rivelazione di segreti ufficiali, truffa semplice e aggravata, frode comunitaria, frode fiscale, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta, intercettazioni illecite, reati informatici, vendita di prodotti falsificati, traffico di rifiuti, vendita di prodotti pirata; sfruttamento della prostituzione, falsificazione di documenti pubblici, calunnia e falsa testimonianza, lesioni personali, omicidio per errore medico, maltrattamenti familiari, incendio, aborto clandestino".

Il nome della legge, chiamata Gasparri-Quagliarello per i senatori che la firmano, potrebbe essere "pagano i deboli, si salvano i ricchi". Anche giuristi vicini alla destra, come Antonio Baldassarre, si sono mostrati perplessi:" È (una legge) incostituzionale e vergognosa, mi sento soprattutto deluso in qualità di cittadino".

Il Partito Democratico ha reagito con furia. Il capogruppo dei senatori, Anna Finocchiaro, ha scagliato il testo contro un muro in conferenza stampa e ha detto: "La norma non si applicherà, per esempio, al furto aggravato. Per uno zingaro che ruba il processo sarà identico, ma casi come la truffa della Parmalat andranno nel cestino dei rifiuti".

Il partito di Berlusconi, il Popolo della Libertà, incalzato dai magistrati che hanno chiesto l'arresto di Nicola Cosentino, segretario di Stato dell'Economia, per complicità con la camorra, non rimane totalmente soddisfatto. Pianifica di approvare anche, tra le altre misure, l'immunità parlamentare.

(segnalato da Carolina)

mercoledì 11 novembre 2009

La coerenza culturale di Berlusconi












El País, 30.10.09


[articolo originale di César García Muñoz qui]

Se c’è una parola che definisce le reazioni fuori dall'Italia per l'atteggiamento dell'opinione pubblica italiana verso Silvio Berlusconi è la perplessità. Non si capisce come sia possibile che un primo ministro con due processi giudiziari in atto, coinvolto in scandali sessuali associati alla prostituzione e anche di droga e con un paese in piena recessione, abbia l'appoggio di almeno la metà dei cittadini.

La logica fa pensare che la colpa di questa si trova nel controllo che esercita sulla televisione pubblica e privata, così come la sua capacità di ostacolare la separazione dei poteri. Tuttavia, anche se certi, questi fattori non sarebbero la causa se non la conseguenza di altri fattori antropologici, così come il rapporto tra il modello mediatico e la cultura politica in Italia.

Alla fine degli anni Sessanta, l'antropologo olandese Geert Hofstede ha dimostrato, attraverso interviste su 100.000 lavoratori della IBM, in 70 paesi in tutto il mondo, il comportamento degli individui nel posto di lavoro è stato in gran parte dovuta a fattori connessi con la cultura.

Successivamente, dalla estrapolazione dei risultati di questa indagine, definisce cinque dimensioni culturali che costituiscono una spiegazione tecnica del motivo per cui alcune culture differiscono dalle altre. Di queste dimensioni si distinguono culture individualistiche o collettivistiche, culture più o meno tolleranti con l’ambiguità o la contingenza, culture più maschili o più femminili, culture in cui la distanza verso i potenti è più o meno marcata, e culture nelle quali gli individui sono più o meno pazienti nel raggiungere i loro obiettivi. Oggi, anche se relativamente poco conosciuto in Spagna, i testi di Hofstede sono studiati da molti dirigenti che vogliono familiarità con le pratiche commerciali in altri paesi.

Certamente, nel caso dell’Italia, due di queste dimensioni culturali diventano rilevanti per spiegare il comportamento di una parte significativa degli italiani verso Berlusconi. Il primo ricade nella mascolinità della società italiana. Mascolinità intesa, non tanto come la parità di generi, ma come la prevalenza di certi valori, che sono visti come maschile sul femminile. Valori considerati maschili sono la sicurezza in se stessi, la fiducia, una certa durezza degli atteggiamenti, il successo o la vittoria, solo per citarne alcuni. Sappiamo qualcosa di questo gli affezionati al calcio che hanno visto come la cosa più importante per i tifosi italiani è vincere,quasi a qualsiasi prezzo. Secondo la classifica di Hofstede, l'Italia sarebbe il quarto paese più maschilista al mondo a molta distancia della Spagna che avrebbe la posizione 38. Probabilmente, il comportamento di Berlusconi incarna in una certa misura la Società italiana, se qualcosa ha caratterizzato la sua carriera è stato quello di vincere a tutti i costi e condurre il mondo con la fiducia che trasudano i vincitori, un aspetto fondamentale da considerare in un la società delle apparenze, come l'italiana.

La seconda dimensione culturale che spiega l'atteggiamento degli italiani verso Berlusconi è il suo atteggiamento verso il potere (power distance). Questo concetto parla in primo luogo in che misura gli italiani concordano sul fatto che le distinzioni di rango, di classe o di status devono concedere privilegi. L'Italia è uno dei paesi d'Europa dove tali differenze sono apprezzate, ma non solo, altri paesi come la Francia o la Spagna la superano su questa dimensione.

Questo atteggiamento deferente verso il potere degli italiani spiegherebbe l’esistenza del diritto di immunità recentemente conquistato dal primo Ministro, inconcepibile in paesi anglo-sassoni o del nord d’Europa, e numerosi altri privilegi di cui gode la classe politica Italia. Per citare due esempi, l’Italia è il paese con il più alto numero di automobili ufficiali del mondo in termini assoluti. Nello stesso modo, in Italia non è raro per i politici continuare e riuscire nelle loro carriere, come il caso di Berlusconi, pur essendo stati coinvolti in scandali di corruzione. Non ci dovrebbe sorprendere pertanto, che la confusione tra pubblico e privato, caratteristica del regime di Berlusconi, non abbia passato fattura come si farebbe in altre società.

In un libro pubblicato di recente in Spagna, Comparazione tra Sistemi Mediatici (2008), Daniel Hallin e Paolo Mancini stabiliscono delle relazioni tra il modello mediatico di ogni paese e della sua cultura politica. L'Italia apparterrebbe al modello Mediterraneo pluralista e polarizzato. Questo modello, di cui la Spagna ne forma parte, è caratterizzato per le accentuate differenze esistenti tra i vari partiti politici. Secondo questi autori, nei paesi dell’Europa meridionale, i mezzi di comunicazione agirebbero più come espressione ideologica e come organi di mobilitazione politica rispetto ad altri paesi occidentali. A differenza di quanto accade nei paesi anglo-sassoni, nei paesi dell’Europa meridionale in generale, i media non giocano con lo stesso livello di rigore il suo ruolo di cani da guardia per la gestione del governo, che spiegherebbe la scarsa tradizione di giornalismo investigativo in questi paesi. Questa polarizzazione ideologica porterebbe all’indifferenza dei politici verso quello che dicono i media non legati ideologicamente. L'assenza di risposte alle accuse di Berlusconi dal giornale La Repubblica, L'Unità o El Pais, ne sono un chiaro esempio. Il Cavaliere è ben consapevole del fatto che sui giornalini di sinistra non ha da dove grattare elettoralmente parlando, e che la stampa è piuttosto una questione di minoranze di fronte alla televisione.

Infine, un altro fattore chiave che contribuisce a spiegare il berlusconismo è l’assenza di un atteggiamento responsabile e cittadino nel confronto di responsabilità al potere. È sintomatico che né in italiano né in spagnolo esista un equivalente preciso alla parola inglese accountability. In Italia o in Spagna non è tanto il cittadino o il contribuente (taxpayer) quello che esige i conti al potere come i partiti politici. Non è quindi strano che Berlusconi, con una sinistra indebolita, non ha sentito la necessità di affrontare la cittadinanza in televisione, come aveva fatto Clinton durante lo scandalo Lewinsky, e si è difeso attaccando i giornalisti e negando tutte le accuse.

Se ci aggiungiamo il controllo che Berlusconi esercita sulle televisioni statali e private, la situazione diventa drammatica. Tuttavia, anche se è chiaro che Berlusconi non è l'Italia, non si deve pensare che il berlusconismo ha come unica variabile la personalità del magnate dei media, ma tutta una serie di radici culturali che fanno possibile che situazioni analoghe possono presentarsi in futuro.

Per quanto riguarda la Spagna, la morale è che bisogna essere molto cauti nel criticare i vicini la cui politica e cultura dei media è molto simile a quella spagnola.

(a cura di P. M.)

giovedì 5 novembre 2009

Un vestito di Halloween "particolare"








Dalla serie 30 Rock

giovedì 29 ottobre 2009

...in Egitto










Attenzione: Dopo aver fatto ascoltare questo brano ad un amico tunisino abbiamo scoperto che si tratta di un fake. Non si parla di nessun presidente italiano, solo degli italiani in generale!






Altri video su come ci vedono all'estero sono disponibili qui

(segnalato da Alessio Zelati)

lunedì 26 ottobre 2009

La stampa estera su Berlusconi: the best of







[Riportiamo questo post di Piero Ricca, aggiungendo il collocamento politico orientativo delle testate da cui provengono questi estratti. Ci sembra che siano rappresentate tutte le posizioni politiche.]

Il governo Berlusconi disonora l’Italia in tutto il mondo.
La stampa estera, di destra e di sinistra, ne denuncia ogni giorno impunità, menzogne, abusi di potere. E continua a domandarci: come fate a tenervi un “premier” così?

  • I metodi di Berlusconi ricordano quelli di Putin… Mostra un disprezzo assoluto delle regole democratiche, è infastidito da ogni manifestazione di opposizione. (Libération, 31 Agosto, sinistra)
  • Il governo Berlusconi è una tragedia per gli italiani, ma la verità sconveniente è che molti di loro hanno votato per lui. Ciò deve servire da monito per gli altri paesi dell’Europa occidentale. (The Observer, 19 Giugno, centro-sinistra)
  • È grave, sorprendente che Berlusconi non sia stato giudicato il peggior amministratore dal 1945. L’Italia sarà l’unico paese europeo con tre anni consecutivi di recessione. (Financial Times, destra)
  • L’aspetto più sgradevole del comportamento di Silvio Berlusconi non è che è un pagliaccio sciovinista. Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l’opinione pubblica italiana. (The Times, 31 Maggio, centro-destra)
  • Silvio Berlusconi è stato accusato di corruzione, evasione fiscale e repressione della stampa. Sua moglie lo ha lasciato per le sue frequentazioni con prostitute e le orge nella villa in Sardegna. Fa battute imbarazzanti, è in guerra con il sistema giudiziario italiano, con quasi tutti i giornalisti che non lavorano per lui e con la Chiesa Cattolica. Ma la cosa più interessante è la seguente: gli italiani continuano a votarlo. (The Washington Post, 13 Ottobre, centro-sinistra)
  • Il primo ministro italiano mette a lavoro la sua squadra di avvocati per far passare nuove riforme legislative che impediscano che sia processato. (El Mundo, 13 Ottobre, centro-destra)
  • Quante possibilità di essere ammessa avrebbe oggi l’Italia se presentasse domanda di ammissione all’Unione Europea? L’Europa non può mantenere il silenzio su Berlusconi. (De Volkskrant, 9 Ottobre, centro-sinistra)
  • Dai tempi di Mussolini un governo italiano non interferiva sui media in maniera così eclatante e preoccupante. (The Economist, 1 Ottobre, non schierato)
  • Per l’Italia è arrivato il momento di voltare pagina. Dire “Silvio è ora che te ne vada” è una questione di buon senso. (News Week, 15 Ottobre, centro)

venerdì 23 ottobre 2009

La Battaglia della Rai











Le Monde, 20.10.09


[articolo originale di Daniel Psenny qui]

"Mamma Rai", come la soprannominano gli italiani, sta passando un brutto periodo. Criticata per la sua parzialità, messa sotto pressione dalla politica e strozzata finanziariamente da Silvio Berlusconi da quando è tornato al potere nel 2008, la televisione pubblica cerca, bene o male, di resistere dall'interno. "Attraversiamo il periodo peggiore della nostra storia", spiega Alessandra Mancuso, giornalista del TG1 e membro del comitato di redazione eletto dai giornalisti. "Dal ritorno di Berlusconi, abbiamo sempre meno autonomia e indipendenza", afferma elencando la lunga lista di tutte le omissioni giornalistiche e delle prese di posizione della sua rete in favore del presidente del consiglio.

"Sulla Rai ci sono trasmissioni anti-Berlusconi sette giorni su sette", si difendono i fedeli del Cavaliere che, da sempre, vede la televisione pubblica come un "nido di comunisti". Esattamente come la carta stampata, "controllata all'85% dalla sinistra", secondo Berlusconi, il quale ha fatto causa reclamando 1 milione di euro dai quotidiani La Repubblica e L'Unità per la pubblicazione delle domande sulla sua vita politica e privata. "I media, e in particolare la televisione, sono la sua ossessione", osserva Alessandra Mancuso. "Il problema è che lui controlla direttamente la RAI, a capo della quale ha messo degli uomini di fiducia, oltre al fatto di essere proprietario, insieme alla sua famiglia, di tre reti private".

Televisione pubblica o televisione di Stato? Il problema, in Italia, è noto da anni. Che il potere sia stato in mano alla destra oppure alla sinistra, le relazioni tra i politici e la RAI sono sempre state molto intense. Fino agli anni 90, la Democrazia Cristiana (al potere ininterrottamente dal 1945) si era appropriata di Rai Uno, mentre il Partito Socialista aveva Rai Due; Rai Tre, creata nel 1979, era stata lasciata al Partito Comunista Italiano, e rapidamente soprannominata "Tele Kabul". Questo accordino tra i politici era stato votato in Parlamento sotto il principio della "lottizzazione" per garantire il pluralismo del servizio pubblico. La sparizione di questi partiti, coinvolti nella tormenta della corruzione all'inizio degli anni '90, non ha interrotto il principio della lottizzazione.

I partiti politici in Italia controllano ancora i tre canali pubblici. Ma l'irruzione sulla scena politica di Silvio Berlusconi ha cambiato le carte in tavola. Dopo la sua prima vittoria alle elezioni del 1994, alcune voci a sinistra hanno denunciato il conflitto di interessi ma, da allora, nessun governo è riuscito a regolamentarlo. "È stato un grave errore politico che ora stiamo pagando caro", riconosce Nino Rizzo Nervo, in quota centro-sinistra al consiglio d'amministrazione della RAI. "Tra il 1997 e il 1999, avevamo una maggioranza legislativa per mettere fine a questo conflitto di interessi, ma non ne abbiamo avuto il tempo", prosegue senza essere molto convincente.

Incoraggiato dalla sua grande popolarità, Silvio Berlusconi non ha difficoltà a scagliare violente offensive per il controllo della televisione pubblica. La RAI è diventata il suo giocattolo. Vi nomina dei suoi fedelissimi a capo, interviene nel palinsesto e la strangola finanziariamente decidendo, ad esempio, di non aumentarne il canone, uno dei più bassi d'Europa. Ultimamente, ha anche imposto un'alleanza tra la RAI e il suo gruppo Mediaset per contrastare l'espansione di Rupert Murdoch in Italia. Quando ci sono delle notizie delicate sulla sua vita pubblica o privata - e gli episodi in questi ultimi mesi non sono mancati - il presidente del consiglio si autoinvita in televisione "per spiegarsi". Non su una delle sue reti private (Canale 5, Italia 1 e Rete 4), che mischiano informazione e propaganda, ma sulla RAI, che rappresenta la metà del mercato televisivo. Secondo numerosi studi, il 70% degli italiani si informa tramite la televisione. Il TG1 riunisce ogni giorno 7 milioni di telespettatori e resta una delle principali fonti di informazione degli italiani.

"Buon compleanno! Qui siete a casa vostra" gli ha detto, senza ironia, il presentatore del giornale del mattino di RAI uno, il giorno in cui Berlusconi ha compiuto 73 anni. Mercoledì 7 ottobre, appena poche ore dopo la sentenza della Corte Costituzionale che gli ha tolto l'immunità giudiziaria, il premier ha telefonato alla trasmissione "Porta a Porta", su RAI Uno, dove il conduttore Bruno Vespa lo accoglie sempre a braccia aperte. Denunciando "le toghe rosse", "la giustizia di sinistra" e "la persecuzione" di cui si dice vittima, Berlusconi si è anche permesso di insultare Rosy Bindi, vicepresidente della Camera dei deputati, che lo stava contraddicendo. "Siete più bella che intelligente", ha ammonito senza che nessuno si opponesse in trasmissione. "Evidentemente, io sono una donna che non è a vostra disposizione", ha replicato la deputata del Partito Democratico, riferendosi allo scandalo delle call-girls nel quale è implicato il presidente del consiglio. Il giorno dopo, una petizione online lanciata dai movimenti femministi ha raccolto migliaia di firme in sostegno di Rosy Bindi.

Questa deriva non è che una tra le tante. Il comitato di redazione di RAI Uno ha deciso di stilarne un libro bianco. Il 3 ottobre, una manifestazione per la libertà di stampa ha riunito più di 100mila persone a Roma, al grido di "Siamo tutti farabutti", termine con il quale Berlusconi ha designato alcuni giornalisti RAI. Augusto Minzolini, direttore del TG1, imposto in quel ruolo dal Cavaliere, si è allora schierato in diretta affermando che quella manifestazione era "incomprensibilmente diretta contro Berlusconi". Qualche ora prima, il capo del governo aveva definito l'evento "una farsa assoluta". Tensioni all'interno della redazione, dove i giornalisti, di destra come di sinistra, hanno ottenuto che il CDR esponga un punto di vista opposto a quello di Minzolini.

Convocato dal comitato di vigillanza RAI, il direttore del TG1 se l'è cavata con una ramanzina. "Voi state al giornalismo come la sedia elettrica sta alla verità", ha ironizzato l'ex giudice Antonio di Pietro, fondatore dell'Italia dei Valori, a proposito di Bruno Vespa e Augusto Minzolini. Da allora, ordine è stato dato alle redazioni di RAI Uno di non diffondere più immagini di Di Pietro delle attività del suo partito...

"C'è una reale volontà di ridurre la visibilità degli argomenti di scontro sociale, come l'omofobia, l'immigrazione o il razzismo" deplora Alessandra Mancuso. "La RAI non si comporta più come un servizio pubblico, ma come una concessione privata al servizio di un uomo." Il presidente del consiglio si è difeso con un gioco di parole: "Se parlo in televisione, è uno scandalo, se vado su un altro canale sono un dittatore, se vado su un terzo siamo in un regime autoritario, e se vado su un quarto è un crimine", ripete quando gli si pone il problema.

"Non siamo ancora in una dittatura sudamericana", getta acqua sul fuoco il giornalista Enrico Mentana, ex mezzobusto di Canale 5, dal quale si è dimesso dopo 18 anni di servizio in seguito a un disaccordo sulla linea editoriale. Oggi disoccupato, ha lavorato per anni alla RAI e conosce bene le problematiche dell'azienda. "La RAI è sempre stata un terreno di conquista politico, ma la libertà si prende se si decide di farlo. Più che di censura, si tratta di autocensura. In Italia, i giornalisti possono dire tutto su Berlusconi, ma si tratta il più delle volte di una visione manichea. Sono lo specchio della nostra vita politica. Con la quasi sparizione della sinistra, sono ormai i giornalisti che hanno preso il controllo e giocano il ruolo dell'opposizione".

È il caso di Michele Santoro, giornalista politico e conduttore di numerosi programmi RAI, che è stato reintegrato su RAI Due nel 2005 dopo un processo. Nel 2002, il giornalista era stato licenziato dopo che Berlusconi, di ritorno al governo, l'ebbe accusato di fare "un uso criminoso della televisione pubblica". Dal suo reintegro, il direttore di RAI Due sottolinea che Santoro è solo "ospitato" dalla sua rete. Lontano dal soccombere, Santoro ha ripreso la sua crociata contro Berlusconi. La sua trasmissione settimanale "Anno Zero" registra record d'ascolto, nonostante il boicottaggio della direzione che ha sospeso i contratti dei giornalisti che vi collaborano.
Alla fine di settembre, più di 7 milioni di telespettatori hanno seguito il servizio sulle ragazze squillo che frequentavano le feste del premier italiano. E per la prima volta, Patrizia D'Addario, la call-girl che ha passato una notte con il Cavaliere prima di essere candidata su una lista berlusconiana al consiglio municipale di Bari, ha dichiarato che Silvio Berlusconi "sapeva che mestiere facessi", cosa che il Cavaliere ha sempre negato. Proteste il giorno dopo sulla stampa pro-Berlusconi, che ha invitato gli italiani a non pagare più il canone, ribattezzato "tassa Santoro".

"Viviamo in un'atmosfera nauseabonda", afferma Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, ricordando che l'Istituto internazionale della stampa ha esortato l'Italia a "ristabilire in fretta dei meccanismi che garantiscano l'indipendenza editoriale della radiotelevisione pubblica". Durante la manifestazione per la libertà di stampa, Roberto Saviano, autore di Gomorra, minacciato di morte dalla Mafia napoletana, ha ricordato che "la verità e il potere non coincidono mai".

(a cura di Dario Ingiusto)

giovedì 8 ottobre 2009

La legge è uguale per tutti












Editoriale da El País, 8.10.09


[articolo originale qui]


La Corte Costituzionale italiana si è dimostrata tenace. Il lodo Alfano grazie al quale il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, si sarebbe assicurato l'immunità e avrebbe eluso la giustizia, è stato dichiarato incostituzionale. L'uguaglianza davanti alle leggi, che nessuno può prevaricare in uno Stato di diritto, è stata salvaguardata in una sentenza che fa onore alla giustizia italiana.

Il Presidente del Consiglio, per fortuna, non si trova al di sopra delle leggi, e non avrà altra scelta che presentarsi in tribunale se gli venisse richiesto, come qualunque altro cittadino italiano. Segnalando l'illeggittimità tanto nella sostanza (la chiara disuguaglianza davanti alla legge) come nel metodo scelto per approvare il lodo (una legge ordinaria e promulgata in 25 giorni), la Corte ha restituito serietà e credibilità a un paese che Berlusconi ha cercato di trasformare nel paradiso dell'illegalità e dell'impunità dei potenti.

Il lodo Alfano blindava le quattro più alte cariche dello Stato rispetto ad azioni giudiziarie e anche inchieste: il Presidente della Repubblica, i Presidenti delle due camere, e il Presidente del Consiglio, in modo che non si potesse intraprendere alcuna azione contro di loro finché restavano in carica. È stata promulgata ad personam per completare lo scudo legale di Berlusconi contro la valanga di inchieste scaturita dalle sue numerose attività irregolari.

Il pacchetto di leggi approvate dalla maggioranza berlusconiana per evitare che il capo venisse processato costituisce un corpus giuridico specifico, del quale il lodo sarebbe stato la coronazione più infamante per il principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alle leggi.

Berlusconi ha fatto approvare leggi per ostacolare le rogatorie all'estero destinate a investigare le sue attività transalpine. Ha fatto depenalizzare il falso in bilancio. Ha approvato un condono edilizio. Ha approvato la limitazione delle intercettazioni telefoniche per casi di corruzione. E ha ottenuto una legge, la Gasparri, per consacrare il suo monopolio televisivo e il suo quasi monopolio mediatico. Il suo esercito di avvocati è riuscito con grande abilità e infinite risorse economiche a combinare prescrizione e leggi ad hoc per evitare le condanne.

Oltre a rappresentare una vittoria giuridica dello Stato di diritto, la decisione dei magistrati supremi costituisce una sconfitta politica per il premier italiano, che si aggiunge al torrente di discredito accumulato nella sua costante confusione tra vita pubblica e condotta privata. Ma la cosa più preoccupante per il magnate mediatico è che la sentenza significa che come minimo due dei quattro processi congelati dal lodo Alfano ricominceranno, uno per corruzione e uno per irregolarità finanziarie nella compravendita di diritti televisivi.