venerdì 28 novembre 2008

Silvio Berlusconi non vuole più che la RAI lo prenda in giro











Le Monde, 21.11.08


[articolo originale di Philippe Ridet qui]

La televisione pubblica italiana dà un’ immagine inesatta della realtà? A questa domanda, Silvio Berlusconi ha già risposto di sì. Egli le rimprovera, in questi tempi di crisi, di “diffondere l’angoscia e il pessimismo” quando invece “dovrebbe cooperare affinchè le cose migliorino”. “Farò tutto il possibile perché le televisioni non siano mediatori d’ansia”, ha spiegato qualche giorno fa.

Il suo amico e cofondatore di Forza Italia, il senatore Marcello Dell’ Utri, si è preso anche lui la libertà di fare questo commento: “In televisione, ci sono presentatori che hanno facce un po’ gotiche, un po’ cupe. Il direttore dovrebbe dare prova di un maggiore spirito di finezza”. “La RAI non è una proprietà di Berlusconi”, ha ricordato l’associazione dei giornalisti della rete pubblica.

Ma ciò che irrita più di tutto il presidente del Consiglio, sono le trasmissioni di dibattiti o di satira politica, molto numerose in Italia. “Ogni giorno, su tutti i canali, mi prendono in giro. Questa consuetudine diventa insopportabile. Deve finire”, ha rivelato. “Non andremo mai più in televisione per farci insultare”, ha detto ai suoi ministri. Un oukase piuttosto poco rispettato. Compreso da se stesso.

Martedì 18 novembre. Mentre la trasmissione di dibattito politico “Ballarò” su RAI 3 volgeva al termine, il presidente del Consiglio si è autoinvitato a telefono per sfidare uno dei suoi avversari, Antonio Di Pietro, presidente dell’ Italia dei valori (IDV), che lo aveva accusato precedentemente di essere un “corruttore politico”: “Si presenti dinanzi ad un magistrato per denunciarmi, altrimenti sarò io a trascinarla in tribunale per calunnia”.

Intrusione? Di nuovo. In passato, Berlusconi è già intervenuto a più riprese in maniera improvvisa nelle trasmissioni alle quali non era stato invitato. Pressione politica? Anche questo è un modo, per lui che possiede un impero televisivo (Mediaset), per mostrare che alla RAI è come a casa sua.

Questi cenni di nervosismo si verificano in un momento in cui Berlusconi deve far fronte alla protesta di piazza e ad una grave crisi economica. Se la sua popolarità si manteneva intorno al 60%, il presidente del Consiglio ha perso qualche punto durante le manifestazioni studentesche all’inizio di novembre contro la riforma dell’ educaziuone del ministro della pubblica istruzione, Mariastella Gelmini.

Campo di battaglia

Inoltre, la prospettiva di una lunga crisi accompagnata al rischio di un ritorno all’ “antipolitica” lo preoccupa. Essere il bersaglio di imitatori e fantasisti non è il modo migliore per diventare un giorno -è questo il suo sogno- presidente della Repubblica, una delle figure più rispettate della penisola. Tutto ciò spiega questa nuova offensiva contro la televisione pubblica e questo tentativo di controllo della sua immagine e della presentazione del suo operato. “La televisione diventa nuovamente il campo di battaglia della politica”, scrive il politologo Ilvio Diamanti nel quotidiano La Repubblica.

Per ora, si tratta solo di pressioni e di minacce. In passato, Berlusconi ha dimostrato di saper andare più lontano e più forte. Nel 2002, aveva chiesto -e ottenuto- la testa di due giornalisti, tra cui il rispettatissimo Enzo Biagi.

Alcune intercettazioni telefoniche hanno rivelato che tra il 2001 e il 2006 alcuni collaboratori Mediaset erano stati collocati alla testa della RAI per pilotare le strategie dei programmi della rete pubblica. Obiettivo: orientare l’ informazione in favore di Berlusconi.

Questi attacchi alla rete pubblica hanno luogo in un momento di grande incertezza relativa alla scelta del futuro presidente della commissione parlamentare di sorveglianza della RAI, un posto che deve ritornare all’ opposizione e che aprirà la strada ai futuri cambiamenti nella direzione delle reti.

Da luglio, i partiti di sinistra non riescono a mettersi d’accordo su un nome. Berlusconi ha dato il via libera affinché i membri di sinistra della commissione designassero un candidato di sinistra che non avesse l’ appoggio del suo partito. Il presidente del Consiglio, contento di seminare zizzania nell’ opposizione, si è, ovviamente, difeso da ogni intervento in questa questione.


(tradotto da Anna Cascone, segnalato da Patrizia)

1 commento:

UNISTAT ha detto...

"BUON ANNO A TUTTI... meno che a uno, anzi mezzo"!

Come sarà il 2009? Non c’è nessuno - ma per chi ci crede ci sono i soliti oroscopi - che abbia le carte in regola per formulare previsioni attendibili circa il nostro futuro prossimo. Non sappiamo se ci sarà un collasso dell’economia. Non sappiamo se la crisi durerà uno o più anni. Non sappiamo se il prezzo del petrolio salirà o scenderà. Non sappiamo se ci sarà inflazione o deflazione, se l’euro si rafforzerà o si indebolirà. Non sappiamo se gli Usa del nuovo-Presidente saranno diversi da quelli del Presidente-guerrafondaio. Non sappiamo se Istraele e Palestina continueranno a scannarsi per tutta la vita. Non sappiamo nada de nada! La stampa, i politici, i sindacati, tacciono! Stra-parlano soltanto di federalismo, riforma della giustizia, cambiamento della forma dello Stato, grandi temi utopici che vengono quotidianamente gettati ad una stampa famelica di pseudo-notizie, mentre i veri cambiamenti si stanno preparando, silenziosamente, nelle segrete stanze. Comunque, anche se i prossimi anni non ci riservassero scenari drammatici, e la crisi dovesse riassorbirsi nel giro di un paio d’anni, non è detto che l’Italia cambierà davvero sotto la spinta delle tre riforme di cui, peraltro, si fa fino ad oggi solo un gran parlare. Del resto, non ci vuole certo la palla di vetro per intuire che alla fine la riforma presidenzialista non si farà (e se si farà, verrà abrogata dall'ennesimo referendario di turno), mentre per quanto riguarda le altre due riforme - federalismo e giustizia - se si faranno, sarà in modo così... all'italiana che porteranno più svantaggi che vantaggi: dal federalismo è purtroppo lecito aspettarsi solo un aumento della pressione fiscale, perché l’aumento della spesa pubblica appare il solo modo per ottenere il consnenso di tutta "la casta", e poi dalla riforma della giustizia verrà soltanto una "comoda" tutela della privacy al prezzo di un'ulteriore aumento della compra-vendita di politici, amministratori e colletti bianchi. Resta difficile capire, infatti, come la magistratura potrà perseguire i reati contro la pubblica amministrazione se "la casta" la priverà del "fastidioso" strumento delle intercettazioni telefoniche. Così, mentre federalismo, giustizia, presidenzialismo, occuperanno le prime pagine, è probabile che altre riforme e altri problemi, certamente più importanti per la gente comune, incidano assai di più sulla nostra vita. Si pensi alla riforma della scuola e dell’università, a quella degli ammortizzatori sociali, a quella della Pubblica Amministrazione. Si tratta di tre riforme di cui si parla poco, ma che, se andranno in porto, avranno effetti molto più importanti di quelli prodotti dalle riforme cosiddette maggiori. Forse non a caso già oggi istruzione, mercato del lavoro e pubblica amministrazione sono i terreni su cui, sia pure sottobanco, l’opposizione sta collaborando più costruttivamente con il governo. Ma il lato nascosto dei processi politici che ci attendono non si limita alle riforme ingiustamente percepite come minori. Ci sono anche temi oggi sottovalutati ma presumibilmente destinati ad esplodere: il controllo dei flussi migratori, il sovraffollamento delle carceri e l'emergenza salari. Sono problemi di cui si parla relativamente poco non perché siano secondari, ma perché nessuno ha interesse a farlo. Il governo non ha interesse a parlarne perché dovrebbe riconoscere un fallimento: gli sbarchi sono raddoppiati, le carceri stanno scoppiando esattamente come ai tempi dell’indulto e gli stipendi degli italiani sono i più bassi d'europa. L'opposizione non può parlarne perché ormai sa che le sue soluzioni-demagogiche - libertà, tolleranza, integrazione, solidarietà - riscuotono consensi solo nei salotti intellettuali. Eppure è molto probabile che con l’aumento estivo degli sbarchi, le carceri stipate di detenuti, i centri di accoglienza saturi, ed il mondo del lavoro dipendente duramente provato da un caro prezzi che non accenna a deflazionare, il governo si trovi ad affrontare una drammatica emergenza. Intanto, in Italia prosegue la propaganda dell'ottimismo a tutti i costi: stampa, sindacati e politica ci fanno sapere solo ciò che fa più comodo ai loro giochi, e "noi"- a forza di guardare solo dove la politica ci chiede di guardare - rischiamo di farci fottere. Buon Anno!