mercoledì 30 settembre 2009

Gli insulti di Berlusconi agli Obama potrebbero essere troppo






The Times, 29.09.09

[articolo originale di Richard Owen qui]

C'è la tendenza, sia in Italia che nel resto del mondo, di archiviare con una risata ogni nuova gaffe di Silvio Berlusconi come semplicemente "tipica di Silvio".

Le reazioni vanno dallo scuotere la testa - "eccolo di nuovo" - fino alla sincera ammirazione da quegli italiani che accettano l'idea che il suo volgare humour da bar lo renda "uno di noi" nonostante la sua ricchezza e il suo potere.

Quando l'anno scorso insultò Obama per la prima volta definendolo abbronzato, Berlusconi reagì alle accuse dicendo che i suoi critici non avessero senso dell'umorismo. Alcuni italiani si trovarono in imbarazzo, ma molti di coloro che l'anno scorso elessero Berlusconi per il suo terzo mandato si schierarono dalla sua parte.

C'è una venatura di razzismo e xenofobia nella coalizione di centro-destra di Berlusconi - da qui i suoi commenti al convegno del PdL a Milano non solo sul colore di Obama, ma anche sul sospetto che "soltanto" legga dal gobbo.

C'è anche complicità maschile nell'accettare il comportamento di Berlusconi - reminiscente di quello di Benito Mussolini - nel comportarsi da donnaiolo e promuovere allo stesso tempo i valori della famiglia.

Ma insultare Michelle Obama insieme al presidente degli USA potrebbe essere troppo. Il comportamento da buffone maschera una realtà più sinistra: Berlusconi si vede chiaramente come un leader nazionale e mondiale di importanza tale da essere al di sopra della legge.

Per molti fuori dall'Italia, l'idea che Berlusconi sia un personaggio chiave globale che, per esempio, "aiuta" gli USA a trattere con Mosca è ridicola. Ma funziona bene in casa. Le sue "gaffes" sono spesso intenzionali, per dimostrare di avere un rapporto diretto con l'italiano medio.

Ma queste mascherano un'arroganza e un autoritarismo che significano l'opposto, e cioè che Berlusconi sia al di là delle normali regole comportamentali. Nessun altro leader coinvolto in scandali sessuali avrebbe osato fare la dichiarazione esilarante, come ha fatto lui a Milano, di "avere introdotto la moralità" nella politica italiana.

Il fatto che non sia stato subissato dalla derisione riflette in parte il suo incredibile potere mediatico. In qualunque altro paese occidentale un uomo che controlla le tre principali reti televisive commerciali non potrebbe diventare primo ministro.

In Italia, invece, si è arrivati al punto in cui anche la RAI (la televisione pubblica) deve vedersela con una pesante multa per avere finalmente rivelato agli italiani - 80% dei quali si informano solo attraverso la TV - che Berlusconi avrebbe passato la notte delle elezioni di Obama lo scorso novembre con una prostituta.

La stampa e i media sono intimiditi dalle pressioni fino ai writ. L'opposizione di centro-sinistra sta preparando una protesta questo weekend in difesa della libertà di stampa.

Ma è demoralizzata e divisa. La vera opposizione viene dalle proprie fila di Berlusconi, con Gianfranco Fini, co-fondatore del PdL, che aspetta di prendere il comando.

La settimana prossima la Corte Costituzionale deve decidere se la legge emessa da Berlusconi l'anno scorso che gli concede l'immunità dai processi sia valida o meno. Se la legge per l'immunità dovesse cadere sarà il caos.

Berlusconi potrebbe allora dare le dimissioni e chiamare alle elezioni anticipate, fiducioso del fatto che verrebbe riconfermato con un mandato per fare come desidera. Ma chi nel centro-destra teme che il suo comportamento arrogante non solo stia danneggiando la reputazione dell'Italia all'estero, ma stia anche mettendo in pericolo la democrazia nel paese, potrebbe pensarla diversamente.

lunedì 21 settembre 2009

Ezio Mauro: domande d'onore












Le Monde, 15.9.09


[articolo originale di Philippe Ridet qui]


Ne sei sicura?” Giornalista preoccupato della verità dei fatti, Ezio Mauro, direttore del quotidiano di sinistra La Repubblica, ha posto quest’unica domanda il giorno in cui la corrispondente del giornale a Napoli, Conchita Sannino, gli ha raccontato questa strana storia: Silvio Berlusconi ha partecipato al compleanno di 18 anni di una ragazza di nome Noemi Letizia, nella periferia della città portuale. A fine aprile 2008, per gli uffici del quotidiano, in via Cristoforo Colombo a Roma, questa visita del presidente del consiglio è un altro fatto curioso. “Non avevamo assolutamente idea del potenziale di questa storia”, racconta Ezio Mauro, più di quattro mesi dopo. Per fortuna, l’articolo pubblicato menzionava solo le iniziali della ragazza.

Oggi, tutto è cambiato. Le spiegazioni ingarbugliate del capo del governo italiano hanno trasformato la strana visita in un affare di stato, cronaca del terzo mandato in saga del Basso Impero. Ezio Mauro, 61 anni, ex adolescente di Dronero (un comune di 7.000 abitanti del Piemonte) che dirigeva il giornale del suo liceo chiedendosi come fare carriera, è diventato l’eroe della libertà di stampa. E forse della democrazia, da quando Silvio Berlusconi ha deciso di portare il giornale in tribunale e chiedergli un milione di euro per diffamazione. Eccolo oggi a confronto con l’uomo che gli somiglia di meno, che non esita a prendere gli italiani a testimoni della sua ossessione per le donne in modo da farne le sue complici e a usare i mezzi più violenti per far tacere i suoi detrattori.

Il suo ufficio gli somiglia. Niente giornali ammucchiati ovunque, niente appunti appesi ai muri. Il “direttore” è pronto alla zuffa ma mantiene le distanze da buon piemontese. “Falso e cortese” dicono i suoi concittadini nordisti. Nei dibattiti televisivi in cui tutti si lanciano invettive e si insultano, egli sa mantenere le distanze da buon osservatore. In redazione, alcuni speravano che sarebbe stato “meno prudente, più impegnato”. “Falso, è il tipo più leale che io conosca, spiega Francesco Merlo, giornalista assunto da Ezio Mauro. Tutte le culture in Italia sono vicine a La Repubblica. È un organismo vivente con i suoi eccessi. La distanza di Ezio, è questa la sua vera eleganza. Non è facile mantenere il sangue freddo in un paese simile”.

È vero che ce n’è da farsi venire le vertigini. A Noemi è succeduta Patrizia che confessa di essere stata pagata per dormire con il presidente. Dopodiché, si sa che una trentina di ragazze hanno animato le notti tariffate del presidente del consiglio. La Repubblica racconta le contraddizioni di Silvio Berlusconi, la sua doppia vita pubblica e privata, le interferenze della seconda sulla prima e si interroga. Ogni giorno vengono pubblicate dieci domande di rito. Non fanno altro che portare a fatti veri, a informazioni verificate, a dichiarazioni pubbliche. “All’inizio, le nostre domande erano destinate ad un colloquio, racconta Ezio Mauro. Abbiamo concesso quattro giorni a Berlusconi affinché potesse giustificarsi, non lo ha fatto e abbiamo deciso di pubblicarle ugualmente”.
È la mia privacy”, si difende il “Cavaliere”. “Come se si potesse costruire un muro per impedire all’informazione di circolare, si rammarica Ezio Mauro. Le contraddizioni del potere sono il vero terreno del giornalismo e un problema per la democrazia. I pettegolezzi non mi interessano”. Mentre il governo vorrebbe portarlo sul terreno della lotta politica, facendo del giornale il portavoce del partito democratico per meglio denunciare una “strumentalizzazione” condotta dai “comunisti e dai cattolici comunisti”, il direttore intende restare sul terreno professionale. “Come andrà a finire per il presidente del consiglio e la democrazia italiana?, si chiede. Occupiamoci piuttosto del giornale di domani”.

Il giornalismo, è l’unica passione che Ezio Mauro conosca. “Ho sempre voluto fare questo”, si ricorda. Una breve lettera di raccomandazione gli permette di entrare alla Gazzetta del Popolo, un quotidiano di Torino. Gli viene assegnata la cronaca. Mentre l’Italia sprofonda negli anni di piombo, al ritmo di attentati e delitti, l’uomo di sinistra che è in lui scopre la “violenza disumana e priva di obiettivo politico” del terrorismo.

Sette anni dopo, cambio di giornale e di direzione. La Stampa, il giornale della famiglia Agnelli, lo invia a Roma come giornalista politico. “Mi sono ripromesso di rifiutare un pranzo o una cena con un politico che non potesse servirmi per i miei articoli. Ci frequentiamo, ma siamo di una razza diversa. Il nostro compito è quello di portare alla luce quello che loro non vogliono dire”.

Voglia di impegno? Quando nel 1996 prende le redini de La Repubblica, succedendo al carismatico Eugenio Scalfari, fondatore della testata nel 1976, Ezio Mauro si sente subito a casa. “La Repubblica è il giornale che mi assomiglia di più, afferma. È come una seconda pelle. Qui la passione giornalistica può essere violenta, vi si possono condurre grandi battaglie nazionali e scommettere sull’intelligenza degli italiani”. Armato della sua discrezione e dei suoi principi, è riuscito a dirigere una redazione frequentata da alcune delle migliori penne d’Italia, da Umberto Eco a Pietro Citati.

La guerra è totale. Un giornale di destra, Libero, ha tentato di screditare Ezio Mauro con la scusa che avrebbe pagato una parte del suo appartamento romano in nero. L’attacco ha resistito a lungo. Ma le dimissioni, in seguito ad una campagna giornalistica calunniosa, di Dino Boffo, direttore del quotidiano cattolico Avvenire, suona come un “avvertimento, sostiene Ezio Mauro, a tutti i proprietari di giornali”. Pertanto, le lamentele di Silvio Berlusconi contro La Repubblica non ha suscitato alcuna reazione di supporto di questi ultimi: “Non mi aspettavo nessun tipo di solidarietà. Ciascuno si serva della propria libertà come meglio crede”, afferma con amarezza Ezio Mauro.

La Repubblica ha i mezzi per durare. Le vendite (580.000 copie) del quotidiano sono in rialzo di circa il 10%. Un nucleo da cinque a dieci giornalisti lavora esclusivamente sul “tema Berlusconi”. L’appello per la libertà di stampa lanciato sul sito del giornale ha raccolto più di 350.000 firme. È prevista una manifestazione per sabato 19 settembre a Roma. “Il semplice fatto di organizzare questo raduno nel cuore dell’Europa è già di per sé significativo”, si lascia sfuggire Ezio Mauro. Ogni giorno i lettori incoraggiano il giornale a non “lasciar stare” e a continuare a denunciare “l’anomalia occidentale” che è diventata l’Italia.

Il direttore de La Repubblica si dice pronto a pubblicare “Le dieci domande” rivolte al presidente del consiglio, non importa il tempo che ci vorrà. Dall’altro lato della stanza lo attende la riunione editoriale. Il titolo dell’edizione di domani? “Bisogna aver fiducia in Berlusconi, lui ci aiuterà sicuramente a trovarlo”, afferma spingendo la porta. Giornalismo, nient’altro che giornalismo.


(traduzione di Anna Cascone)

venerdì 18 settembre 2009

"Non sarà la chiesa a finire Berlusconi" El País intervista Andrea Camilleri







El País, 18.09.09

[articolo originale di Miguel Mora qui]

Con le sue inseparabili sigarette, e la sua giovane assistente Annalisa che gli porta caffé molto zuccherato, lo scrittore siciliano Andrea Camilleri mantiene a 84 anni una lucidità mentale e una memoria invidiabili. Ecco la rabbia, la sua vecchia rabbia comunista, a cui si appiglia rivendicandola come anditoto morale per il suo paese, questa Italia che nonostante tutto vota e ammira Silvio Berlusconi, e che, afferma, "ama il buffone delirante perché riflette il peggio che è in ognuno di noi, e suscita questa invidia che ogni italiano sente per le moto che non seguono neanche una regola del codice della strada". In questa intervista, realizzata ieri a casa sua, il maestro del giallo ci fa vedere l'oscuritá del panorama politico italiano.

Domanda. Tutta l'Europa parla di Berlusconi, e gli italiani stanno zitti.

Risposta. Questo silenzio è inquietante. Ci troviamo da molto tempo nella fase di supplenza. La politica è stata sostituita dalla magistratura, e con l'opposizione succede lo stesso: siccome non esiste, l'hanno sostituita con i giornali (La Repubblica e L'Unità) e un canale televisivo (RAI 3). Tutti gli altri restano in silenzio. E quindi parla la stampa estera, che ha sostituito la nostra in questa fase di emergenza della nostra democrazia.

D. Si tratta davvero di un'emergenza?

R. Certo. Prima l'Italia era solo un'anomalia, ora non ci sono pesi e contrappesi, corpi e anticorpi, la malattia Berlusconi si è estesa e non incontra resistenza. Siamo malati nella mente, nella politica, nell'economia, e sopratutto nei costumi: l'immoralità regna sovrana.

D. Alcuni dicono che abbia realizzato il piano della loggia P2...

R. Non c'è riuscito del tutto, ma in gran parte sì. Le idee dei suoi fondatori sopravvivono nell'uomo che ha conquistato il potere. È una clonazione, ma il DNA è comune. L'organizzazione è stata smantellata, le idee restano vigenti.

D. Crede che il Partito Democratico costituisca una vera alternativa?

R. Non ho mai voluto aderirvi, è un mostro bicefalo. È una buona cosa che ci sia pluralismo in un partito, ma solo quando i fini sono comuni. Qui abbiamo ex-comunisti del PC con l'Opus Dei. Una convivenza difficile. La riunione in questi giorni tra Rutelli (PD) e Fini (PDL) conferma, secondo me, la fine del PD. Gli ex-democristiani vogliono darsela a gambe. E dall'altra parte, Fini vuole abbandonare Berlusconi. Il dado è tratto.

D. Quindi la speranza è... andare in esilio con Obama?

R. Il problema è che magari quando arrivi l'hanno già fatto fuori. Ha il grande svantaggio di essere nero: possono assassinarlo facilmente. E non scherzo.

D. Perché si dice che non ci sia libertà di informazione in Italia? Secondo Berlusconi, la RAI è l'unica televisione pubblica che critica il governo.

R. Berlusconi dice di non essere un dittatore perché i dittatori censurano e fanno chiudere i giornali. Lui non li fa chiudere perché non può. Ma censura. Anni fa cacciò vari giornalisti della RAI, da poco ha detto che Paolo Mieli (Il Sole 24 Ore) e Giulio Anselmi (La Stampa) dovrebbero cambiare mestiere e dopo qualche settimana l'hanno fatto. E dopo c'è la peggior censura, l'autocensura, la paura dei giornalisti di farsi male da soli. C'è tanta paura che è quasi preferibile leggere Feltri, almeno è chiaro, sai chi ti trovi davanti. Gli altri non si riescono a capire.

D. Com'è iniziato il berlusconismo?

R. Quando nessuno se lo sarebbe aspettato, dal processo Mani Pulite venne fuori un politico che incarnava proprio la corruzione che si voleva combattere. Lì si vide la capacità geniale di Berlusconi di presentarsi come il contrario di ciò che è. Ora si mostra per quello che è veramente: insulta i giornalisti, gli avversari, li chiama farabutti, coglioni... dove si è visto un primo ministro che insulta?

D. Li chiama soprattutto comunisti.

R. Non otterrà mai che io riceva questa parola come un insulto. E soltanto rivela una cosa: è innamorato del fascismo, ma è peggio dei fascisti perché alcuni di loro si sono evoluti. Per questo disse che Mussolini mandava i giornalisti critici nei suoi confronti in villeggiatura. Non sa che Amendola fu picchiato a morte, che i fratelli Rosselli furono uccisi durante l'esilio, che Gramsci morì dopo anni di carcere? Non sa che i comunisti italiani firmarono i patti lateranensi con De Gasperi, che portarono la democrazia con la resistenza, che bloccarono le vendette contro i fascisti?

P. Se agita il fantasma del comunismo sarà perché gli torna utile.

R. Certo che sì. Gli italiani ci credono perché non hanno memoria. Gli italiani si ricordano del loro paese perché aveva una squadra di calcio che giocava partite contro il paese vicino. Se chiedi a un italiano che accadde nel 1928, ti dirà la formazione dell'Inter di quell'anno, ma non che arrivò il fascismo perché questo non lo sa.

D. Crede che non avendo avuto una guerra civile sussista un conflitto in nuce, non risolto?

R. Il Movimiento Sociale Italiano si creò sei mesi dopo la seconda guerra mondiale. 18 mesi più tardi, già avevano deputati in parlamento. Nel '45 arrivai a Roma e c'erano scritte sui muri che dicevano: "Restituiteci il testone". Volevano di nuovo Mussolini! Ricordo un articolo favoloso di Herbert Matthews, giornalista del New York Times. Diceva: "Non avete davvero ucciso il fascismo, ed è una malattia che patirete per decadi, e si riproporrà in forme che non riconoscerete". Eccoci qui, a domandarci se Berlusconi sia fascista o meno.

D. Anche Pasolini profetizzò una cosa del genere.

R. Pasolini era discutibile riguardo la concezione che aveva di se stesso; ma la concezione che aveva degli altri era molto acuta. Lui e Sciascia sono le due grandi coscienze civili che ci mancano. Sento una terribile necessità di loro.

D. Niente dura per sempre...

R. La bassa audience di Porta a Porta l'altra sera è stata un'allegria. Fa venire fuori una speranza. Un imbecille ha scritto su "il Giornale" che il mio sogno è vedere Berlusconi pendere come Mussolini. È il contrario, quello che temo di più è che muoia o che i giudici lo finiscano. Quello che voglio è che duri, che gli italiani bevano da questo calice fino a vomitare. Così sapranno che cosa è e sarà finito. Se no, sarà un martire. Spero soprattutto che resusciti la moralità, perché per ora vige la morale del vespino. Il vespino va contromano e nessuno dice niente; attraversa col rosso e nessuno dice niente, sale sul marciapiede e nessuno dice niente. Gli italiani guardano il vespino e pensano: "Madonna, che bello sarebbe essere questo vespino e non rispettare neanche una regola!". E non parlo delle escort, né delle veline, parlo solo della vita quotidiana.

D. Perché tanti italiani amano Berlusconi?

R. Perché si guardano allo specchio e sono uguali. Impera una scostumatezza insopportabile. L'altro giorno il conducente di una macchina ha gridato a mia moglie: "Asino!". E io le ho detto: "Segui questa macchina, seguila". "E perché?", mi ha chiesto lei, "mi ha solo insultata". "Sì, ma ti ha chiamato asino e non puttana, voglio conoscerlo, è old-style, seguilo!".

D. In questo senso, Veronica Lario è un esempio di civismo femminista, anche se è stata catalogata come "velina ingrata" da Feltri.

R. Non è mai stata una velina, era un'attrice teatrale e abbastanza dotata. È una donna offesa che non ne può più, che non può parlare con suo marito e decide di farlo attraverso i media. Mia moglie mi avrebbe buttato dalla finestra se io avessi fatto qualcosa di simile. La cosa offensiva è l'esibizionismo di Papi, così poco serio. Sei un nonnetto di 72 anni, se vuoi farlo fallo discretamente, sapendo quello che sei. Inoltre, che figuraccia. Se dici che frequenti minorenni è orribile, ma addirittura escort...

D. Dice di non avere mai pagato.

R. Fa pagare gli amici, è ancora peggio. Caligola, Nerone, avevano una dimensione... alla fine bruciavano Roma. Questo è così meschino che mette paura. Non accende nemmeno un fiammifero.

D. Crede che l'Italia possa resistere altri quattro anni cosí?

R. Non credo, siamo vicini a un'implosione. Fini, magari per puro gioco di parole, ha un fine, allontanarsi da lui. Dice cose giuste, laiche, moderne. Una destra finalmente rispettabile. Dall'altro lato della barricata, gli auguro sinceramente che ci riesca.

D. Non crede che la chiesa preferisca Berlusconi?

R. Certamente: "pecunia non olent", i soldi non puzzano. Puoi attaccare la verginità di Maria, negare il santo sepolcro, loro ti mettono nell'indice e tu vendi più libri. Ma se gli dici che gli diminuisci i fondi per le scuole si arrabbiano. Il dogma assoluto della chiesa sono i soldi, l'esenzione fiscale. Conosco a Roma un cinema porno intestato al Vaticano... Basta non toccare il denaro del Santo Padre. Il Vaticano detta legge in Italia, e mai come ora. Ma il Papa dissimula come Zapatero: assistono al delirio di Berlusconi in diretta e dicono: "Non posso parlare perché sono straniero". E se poi qualche vescovo dice qualcosa, fa come Berlusconi con Feltri: "Mi dissocio, mi dissocio". No, non sarà la chiesa a finire Berlusconi. Spero che saranno i cittadini.

martedì 15 settembre 2009

Meglio non frequentarlo











Editoriale da El País, 11.09.09

[articolo originale qui]

Silvio Berlusconi è diventato una compagnia politica poco raccomandabile. Lo ha potuto verificare ieri Rodríguez Zapatero, che ha dovuto sopportare, insieme a numerosi ministri dei due paesi, le sue deliranti e imbarazzanti spiegazioni sul reclutamento di giovani donne per le liste elettorali del Popolo della Libertà, il partito politico presidenziale; sulle sue riunioni e feste con decine di donne del mondo della prostituzione; e sui suoi attacchi a EL PAÍS e alla stampa italiana che per il momento si è salvata dalla sua voracità come proprietario dei media e dal suo impegno nel limitare la libertà di espressione.

Quello che sta facendo diventare Berlusconi un personaggio indegno di un paese serio e di un governo presentabile, minando qualunque sua capacità di dialogare con autorità con i suoi omologhi, non è la sua vita privata, ma proprio la confusione delirante tra pubblico e privato in cui ha trasformato la vita politica italiana. La conferenza stampa alla fine del vertice bilaterale dei ministri è la migliore dimostrazione di questo sconveniente mix, che viene fuori anche nel momento di offrire spiegazioni che i giornalisti chiedono leggittimamente. Le sue prolisse spiegazioni sono durate quasi 10 minuti, smaltate di egolatria e umore maschilista e rissoso, e che si facevano sempre più complesse mentre si estendeva l'imbarazzo tra i presenti, spagnoli e italiani.

Su Berlusconi ricadono in questo momento sospetti sull'utilizzo del suo potere personale nella designazione di alte cariche dello Stato e sulla formazione di liste elettorali per ottenere favori sessuali. Lui stesso ha ammesso e ieri ha addirittura sfoggiato, in una vergognosa spiegazione sulla sua vita sessuale, la sua vulnerabilità come uomo pubblico al quale si possono presentare belle giovani, che naturalmente cadono ai suoi piedi davanti al suo charme, per ottenere controfavori politici o economici. Non si può dire nulla sulla vita privata di chi la sa salvaguardare, ma nel suo caso è stato lui stesso, i suoi stessi mezzi di comunicazione e la sua ex-moglie a iniziare la questione, e nel caso di quest'ultima a segnalare le sue relazioni insane con giovani minorenni, una cosa che in Italia non potrebbe essere oggetto di nessuna persecuzione giudiziaria, visto il blindaggio legale costruito da Berlusconi stesso intorno alla sua persona.

Frequentare la compagnia di Berlusconi, il cui paese appartiene al G8, è diventato una difficoltà politica addizionale nelle complesse relazioni internazionali. Ma quello che lo squalifica come governante è la sua vulnerabilità nei confronti di qualunque pressione sottobanco, frutto delle circostanze che accetta per soddisfare la sua vanità e il suo ego. La chiesa italiana, profondamente disturbata per i suoi comportamenti e oggetto dei suoi attacchi, ha deciso approfittare della sua debolezza politica ottenendo modifiche legali proprio nel campo della morale. Ed è chiaro che molti altri possono seguire la stessa strada.

(segnalato da Paolo Z.)

lunedì 14 settembre 2009

Che qualcuno risponda a Berlusconi








ABC, 13.9.09, commento del direttore

[articolo originale di Ángel Expósito qui]

Quello che è successo giovedì scorso con il presidente del governo italiano, Silvio Berlusconi, semplicemente non ha nome, anche se si può qualificare con molti aggettivi: machista, sessista, volgare, "guappo", prepotente, irrispettoso, tracotante... Ma le cose su cui ci si deve lamentare sono stati i silenzi e le risposte - o, meglio, le non risposte - delle donne del governo spagnolo. Tanta parità dei sessi e tanti discorsi di uguaglianza per arrivare a questo.

Tutto il mio rispetto e la mia solidarietà vanno alla vicepresidente Salgado e alla ministra Chacón, che hanno dovuto sopportare questa "real politik". Ma a partire da qui, dov'era la ministra per le pari opportunità? E la solita contundenza della prima vicepresidente del governo? Perché si trattava di difendere l'onore delle donne, fossero queste membri del governo o le nostre madri, mogli, figlie o compagne di lavoro.

Per il rispetto, per l'educazione e per l'uguaglianza, che qualcuno gli risponda, per favore, anche se è un primo ministro.


venerdì 11 settembre 2009

Silvio Berlusconi può suscitare invidia a molti, ma è un uomo arrabbiato






The Times, 10.09.09

[articolo originale di Richard Owen qui]

A Silvio Berlusconi piace ripetere che agli italiani "piace come è" - o anche che tutti loro "vorrebbero essere come me", come ha detto questa settimana. E ha ragione: molti (specialmente la metà maschile) pensano al suo stile di vita - ville, yacht, belle donne - e pensano "beato lui!".

Le ultime accuse su donne pagate per partecipare alle sue feste e in alcuni casi per fare sesso con lui non basteranno a farlo cadere; ci sono state storie simili da quando sua moglie ha chiesto il divorzio lo scorso maggio.

Gli uomini italiani (e un numero soprendente di donne) tendono ad alzare le spalle, o anche a sorridere con complicità quando Berlusconi fa notare, strizzando l'occhio: "Non sono un santo".

Il premier stesso non si trova sotto indagine, e Giampaolo Tarantini, l'affarista barese che procurava le donne, ha detto piú volte che Berlusconi non avesse idea che fossero state pagate per compiacerlo. Le sue barzellette da bar suonano rozze o superate alle orecchie straniere, ma molti italiani ordinari le ritengono una prova che, per quanto sia ricco e potente, Berlusconi resti "uno di noi".

La sua popolarità resta alta: dai suoi stessi calcoli, il tasso di gradimento di Berlusconi è quasi del 70%. Sebbene sia in realtà quasi del 50%, secondo gli ultimi sondaggi attendibili, questo rimane comunque notevolmente alto per un premier circondato da scandali in un momento di recessione economica.

E comunque, come un giornalista faceva notare ieri, nonostante tutto ciò Berlusconi dà l'idea di essere un uomo "arrabbiato, sconfitto e depresso che litiga con tutti". Ha basato per 15 anni la sua carriera politica sull'immagine attraverso il suo impero televisivo e pubblicitario, ma questa immagine sta sbiadendo.

Il sorriso e il buonismo sono sempre meno convincenti, il nervosismo trattenuto a stento. I suoi problemi - che questa estate riteneva evidentemente di stare per superare - si stanno improvvisamente moltiplicando, distraendolo in un momento in cui l'Italia ha bisogno di una mano ferma sulla gestione dell'economia.

Le sue stravaganze hanno solo peggiorato le cose. Molti italiani continueranno a perdonarlo. Alcuni - incluso qualcuno della sua stessa coalizione - no.